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Il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia

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Palazzo Vitelleschi, esempio di architettura gotico-rinascimentale, situato nel centro storico della città moderna di Tarquinia, ospita il Museo Archeologico Nazionale . Fondato nel 1924, il museo nasce in seguito alla fusione della Raccolta Comunale di Corneto con la collezione privata Bruschi-Falgari ed integrato successivamente con i reperti provenienti dagli scavi più recenti tra città, porto e necropoli dell’antica Tarquinia. Il portale di accesso del palazzo conduce al cortile principale che gravita attorno ad un pozzo ottagonale marmoreo con lo stemma dei Vitelleschi.

Piano terra
Nella sala d’ingresso sono ricostruite una tomba appartenuta ad una bambina (fine del IX – inizio VIII sec. a.C.) e una tomba a camera detta dei “Versna” con relativo corredo (ultimo quarto del VII sec. a.C.). Il secondo ambiente ospita sculture e rilievi provenienti dalla decorazione esterna di tumuli, in alcuni compaiono figure mitologiche come Aiace e la Gorgone (VII – VI sec. a.C). Le restanti sale sono adibite prevalentemente all’esposizione di sarcofagi (IV – III sec. a.C.) tra cui i raffinatissimi esemplari appartenuti a membri della famiglia Partunus e quello detto del Magistrato.

MuseoTarquinia

Primo piano
L’allestimento espositivo segue un criterio cronologico ed inizia con i materiali della prima età del Ferro, in prevalenza urne biconiche e a forma di capanna, utilizzate per contenere le ceneri dei defunti, e bronzi in lamina decorati a sbalzo. L’inizio dell’età dei principi è ben rappresentato dal corredo della Tomba di Bocchoris (fine VIII- inizio VII sec. a.C.), sepoltura femminile così chiamata per la presenza di un vaso in faïence con il cartiglio del faraone (Bokkorinef, XXIV dinastia), insieme furono rinvenuti oggetti di produzione locale e pregiate importazioni esotiche, come una preziosissima collana con pendenti raffiguranti divinità egizie. Nei corredi databili al VII sec. a.C. abbondano ceramiche di importazione, a cui le maestranze locali ben presto si ispirarono. Oggetti provenienti dalla Grecia, dalla Fenicia e dall’Egitto si affiancano alla produzione tipicamente locale del bucchero etrusco. Tra i reperti del VI sec. a.C. sono presenti vasi etrusco-corinzi, prodotti a Tarquinia, vasi pontici e anfore a figure nere, attribuiti al Pittore di Micali. Per la seconda metà del VI e per il V sec. a.C. prevale la ceramica attica a figure nere e rosse, quest’ultima rappresentate da capolavori quali: il Cratere del pittore di Berlino, con scena del ratto d’Europa, la Kylix attribuita al Pittore di Nikosthenes con, all’esterno, il duello tra Eracle e il brigante Cicno, l’Anfora di Phintias, con scena della contesa per il tripode delfico, la grande Kylix di Oltos, con assemblea divina e la coppa a forma di testa femminile, firmata dal pittore Charinos. Seguono sezioni dedicate all’oreficeria e alla numismatica, con monete etrusche fuse e coniate in bronzo e monete d’oro dell’ultimo periodo imperiale. Concludono la visita del primo piano i materiali più recenti (IV sec. a.C. – I sec. d.C.), provenienti sia dalla necropoli che dall’area della città tra cui specchi, balsamari e incensieri in bronzo e una collezione di oggetti votivi in terracotta.

Secondo piano
In questa sezione sono esposti alcuni degli oggetti di maggior pregio del museo. Nel salone delle armi si trova la famosa lastra in terracotta dei Cavalli Alati, questo altorilievo decorava una delle travi frontonali del tempio detto dell’Ara della Regina. Vi sono poi alcuni reperti recentemente individuati presso il cosiddetto complesso monumentale della Civita e quelli ritrovati presso il porto di Gravisca. Sono anche presenti delle ricostruzioni di tombe risalenti alla prima Età del Ferro e plastici rappresentanti il tempio dell’Ara della Regina, il complesso monumentale e l’area della Civita. Nella seconda sala, sono esposti i dipinti provenienti delle tombe del Triclinio, delle Bighe, delle Olimpiadi e della Nave, distaccate dal luogo originario, tra il 1949 e il 1958, per tutelarne la conservazione. Il distacco degli affreschi era considerato, in quegli anni, l’unica operazione che consentisse il salvataggio dei dipinti maggiormente degradati.