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Vulci – I siti

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Il suggestivo scenario della maremma laziale, dal clima mite e dalla natura incontaminata, ospita il Parco Archeologico Ambientale di Vulci.

Il Parco Archeologico Ambientale di Vulci

Il suggestivo scenario della maremma laziale, dal clima mite e dalla natura incontaminata, ospita il Parco Archeologico Ambientale di Vulci. Fondato nel 1999, in esso è possibile visitare le principali testimonianze dell’etrusca e romana Vulci, attraverso i rinvenimenti custoditi dall’area urbana, dalle necropoli e dal Museo Archeologico Nazionale del Castello dell’Abbadia.

L’Area urbana Poco finora è stato individuato della fase etrusca della città, che pure sembra abbia avuto un’estensione di circa 125 ettari. L’acropoli è stata localizzata nell’area nord-est del pianoro. Le strade principali romane sembrano ricalcare e rispettare quelle preesistenti etrusche, tracciando un impianto abbastanza regolare. Esse si prolungano verso il suburbio, supportate da robusti ponti (sono d’esempio il Ponte Rotto, del I sec. d.C., e il Ponte della Badia, del I sec. a.C.). E’ in parte visibile il tratto ovest delle mura in tufo, edificate nella seconda metà IV sec. a.C., a cui appartengono le cinque porte di accesso individuate. La più rappresentativa è la Ovest, fornita di un bastione triangolare per impedire attacchi frontali. Altra testimonianza del periodo etrusco è il cosiddetto Tempio Grande, collocato nell’area nord occidentale, presso il foro e la strada principale di età romana, assieme ad altri edifici di frequentazione successiva (domus, terme ed aree sacre). Benché resti della decorazione architettonica facciano risalire la fondazione del suddetto tempio al VI sec. a.C., esso venne modificato nel IV sec. a.C. come anche in età romana. Recenti scavi hanno messo in luce ambienti posti lungo un approdo del fiume Fiora, utilizzati sin da epoca etrusca come magazzini per il commercio.

Le necropoli

I primi scavi delle necropoli di Vulci iniziarono nella prima metà dell’ottocento, il principe Luciano Bonaparte e altri nobili locali furono i primi ad interessarsi delle emergenze funerarie. Purtroppo il poco controllo di queste attività consentì la dispersione di molti oggetti in tutte le più importanti collezioni mondiali. Le necropoli di Vulci si posizionano a nord, ad est e sud-est del pianoro ospitante la città. Per le suddette sono attestate sepolture datate a partire dalla prima età del Ferro (IX-VIII a.C.) con tombe ad incinerazione, sostituite gradualmente con il passaggio al rito inumatorio, da tombe a fossa e a camera. Tra le sepolture visitabili della necropoli orientale, si ricorda il tumulo principesco della Cuccumella (VII sec. a.C.), dal diametro di 65 m circa e dall’altezza di 18 metri, attraversato da una rete di gallerie dalla funzione sconosciuta e provvisto di un’area teatrale per i giochi funebri. Di notevole interesse sono anche la Tomba delle Iscrizioni (IV sec. a.C.), così denominata per la presenza di numerose iscrizioni etrusche e romane, e la Tomba François (IV sec. a.C.). Quest’ultima stupisce sia per la complessità della pianta (con ampio atrio e ben 7 camere sepolcrali) sia per l’ampio e complesso repertorio narrativo che una volta correva lungo le pareti. Le pitture, distaccate e conservate dalla famiglia Torlonia presso Villa Albani a Roma, raffigurano soggetti mitologici, come il sacrificio da parte di Achille dei prigionieri troiani in onore di Patroclo, e soggetti storici, come la liberazione di Celio Vibenna ad opera di Mastarna/Servio Tullio.

Il castello dell’Abbadia, Museo Archeologico Nazionale.

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Il Castello dell’Abbadia, situato in prossimità dell’omonimo ponte, ospita, dal 1975, il Museo Archeologico Nazionale di Vulci. Prima abbazia dedicata a S. Mamiliano (IX sec. d.C.), poi castello della famiglia Farnese (‘500), dogana pontificia e possedimento Torlonia, divenne bene dello Stato nel 1960. Il cortile del castello accoglie reperti lapidei provenienti dalle necropoli: sculture, cippi, capitelli ed elementi architettonici. Il piano terra è stato di recente adibito a mostre dal carattere temporaneo riguardanti le più recenti scoperte dell’archeologia vulcente. La mostra La Sfinge, imperniata sulla Tomba della Sfinge (VI sec. a.C.), uno dei rinvenimenti effettuati durante la campagna di scavo 2011-2012 nella necropoli dell’Osteria di Vulci, è da poco stata sostituita con la mostra I predatori dell’Arte a Vulci e il patrimonio ritrovato, già ospitata dalle sale del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma. L’esposizione mostra solo alcuni degli oltre 3.000 reperti di pregio recuperati, dopo dieci anni di indagini in ambito internazionale, dalla Procura di Roma, dai Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e dagli archeologi della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Un video introduttivo, edito RAI, narra dei traffici illeciti che ha visto coinvolti famosi musei esteri (tra cui il J.P. Getty Museum di Los Angeles e il Metropolitan Museum di New York), mentre moderne teche accolgono alcuni dei reperti trafugati, a partire dagli anni ’60, da Vulci e dalle più importanti necropoli dell’Etruria meridionale. Un armadio teca rievoca la sala vendita e contrattazione presso il Porto Franco di Ginevra, dove i reperti trafugati venivano restaurati e prelevati dai mercanti internazionali incaricati della compravendita. Tra i reperti databili dal IX al III sec. a.C., dalla squisita fattura e dal grande valore scientifico e culturale, primeggiano le ceramiche apule ed attiche (VI ed il IV sec. a.C). Grandi pittori attici, come lo stesso Euphronios, dipingono su questi esemplari stralci del patrimonio mitologico greco. Icona della mostra è un’antefissa etrusca con Menade e Sileno databile all’inizio del V sec. a.C. Il primo piano, suddiviso in 4 sale, è adibito alla mostra permanente. Voluta dall’allora Soprintendente Mario Moretti ed incentrata sui reperti della fase etrusca e romana di Vulci, l’esposizione, attraverso un percorso espositivo ordinato secondo criteri geografici e cronologici, mostra i reperti delle necropoli di Cavalupo, dell’Osteria e della Polledrara, tra cui mettiamo in evidenza la ricca Tomba della Panatenaica (620-510 a.C.) e gli ex voto della stipe della porta nord, delle aree sacre del sacello di Ercole e del centro di Tessennano.